In visita alla Cantina Giachino – Costigliole d’Asti

E ‘una domenica di ottobre da manuale con nebbie, grigiori e tutta la tavolozza dei colori caldi quella che ci vede arrivare in visita alla cantina Giachino a Costigliole d’Asti, in frazione Annunziata. La cantina si trova quasi alla sommità del declivio di una ampia collina: la vista spazia da Costigliole a Castagnole Lanze con un tappeto di vigneti multicolori ai nostri piedi.
Veniamo subito accolti con calore da Franco e dal figlio Oscar.
Dopo i convenevoli, mentre i bambini si perdono a giocare in mezzo alla campagna col nonno Franco e i suoi nipotini, noi ci facciamo spiegare qualcosa di più sulla loro Azienda.
Di proprietà di famiglia, fondata nel 1958, davanti a un bellissimo panorama Oscar ci mostra a braccio le vigne di loro proprietà.
Praticamente l’uva è quella che vedi maturare davanti a te, si vedono i vigneti “da laggiù a là, fino in fondo lì ed un po’ qui dietro fino lassù”! Quella che si dice un azienda a conduzione familiare, dove tutto è sotto diretto controllo, per questo non ho voluto chiedere numeri, ettari e ettolitri… a cosa serve? E’ lì da vedere da dove arriva il vino, quando non ce n’è più, è finito!
Passiamo in cantina, che è sviluppata sotto le abitazioni, poste a corte.
I locali più ammodernati si trovano appena entrati dal portone, con una ordinata batteria di fermentatori termocontrollati e vasche di piccole dimensioni, dai 35 ai 70 hl, dove riposa il vino che ha finito da pochi giorni di fermentare, salvo una vasca di Barbera che come ci fa notare Oscar sta ancora lavorando, infatti si sente il calore tiepido appoggiandoci la mano.
Da qui si passa direttamente alla parte più vecchia della cantina, gli spazi si restringono man mano e si viaggia indietro nel tempo: in un corridoio ci sono ancora le vasche di cemento in uso, ben rinnovate, e qualche tonneaux.
Tra volte di mattoni e attrezzi d’epoca un passaggio ancora più ristretto ci porta alla cantina originaria delle antiche abitazioni: un piccolo caveau dove, insieme a qualche barrique esausta usata per i vini passiti, riposano e lavorano poche centinaia di bottiglie di metodo classico (bianco da Chardonnay e Rosè da Barbera), che come ci spiega Oscar vengono prodotte in piccolo numero proprio per averne buona cura, perchè il tempo tra campagna e cantina è già tutto impegnato.
Continuiamo a chiaccherare, ma non manco di notare come tutto è molto curato, sia nella parte “retrò” che nella parte dove il lavoro è più intenso e quotidiano, ossia tra le vasche e i fermentatori: segno di ben tramandata passione e attenzione che denota le capacità professionali dei Giachino e gli investimenti per migliorare e guardare avanti.
Ora possiamo assaggiare qualche vino. conosciamo già i loro prodotti perchè ne abbiamo a scaffale diversi: vini dall’identità ben definita, di cui apprezzo le ampie sfumature floreali, sempre pulite e fini. Approfittiamo quindi per provare qualche bottiglia che ancora non trattiamo.
(Nel frattempo ci raggiungono la sorella Veronica e il fratello Loris, che si aggiungono piacevolmente alla compagnia.)
Iniziamo con il metodo classico 100% Chardonnay, minimo 24 mesi di rifermentazione sui lieviti: il bel colore dorato è interessante, il vino ha una bella polpa, carico e succoso, molto profumato di frutta gialla e crema, veramente piacevole. È un metodo classico brut da 7 grammi litro di residuo, ma non austero anzi conviviale, da bere in compagnia senza troppi sofismi.
Poi passo a provare lo Chardonnay ‘800 maturato in botte, vendemmia 2015.
Un bianco dal colore giallo vivido mediamente intenso e naso mieloso, floreale ed elegante. Armonico e rotondo ma ancora ben vivo e come ci fa notare Veronica, pronto giusto ora per essere stappato ma che potrebbe evolvere ancora almeno 5 anni tranquillamente.
Poi sono curioso di assaggiare l’Albarossa ‘800 Riserva, che mi manca, e non mi sbaglio: che bontà, che succo questo vino con note di confettura rossa e cioccolato e spezie! Ricco, avvolgente e caldo ma nonostante tutto scorrevole che non finiresti mai di berlo!
Viriamo successivamente su altre note, più leggere… non riusciamo a dire di no ad un Moscato passito e ad un Moscato brioso. La zona Astigiana è vocata per eccellenza a quest’uva e anche questi vini freschi e della domenica sono impeccabili: è come avere un cestino di frutta d’estate nel bicchiere.
Finiamo con una immancabile prova di botte, una Barbera che Oscar dice la sua preferita e che nonostante la bella acidità e il nervo crudo ha già la caratteristica per cui i vini della famiglia Giachino mi piacciono molto, cioè che mantengono una peculiarità lieve, floreale, molto fine ed affascinante in armonia con tutte le altre note. Una marchio di fabbrica che non delude mai.
L’ospitalità è veramente squisita ed è un peccato andarsene ma sono quasi le due e dobbiamo ancora pranzare, poi è sempre domenica e tutta la famiglia, specialmente dopo il periodo della vendemmia, ha diritto alla loro quiete.
Portiamo con noi il ricordo di un bellissimo tempo passato insieme e qualche novità, che va ad aggiungersi ai vini della famiglia Giachino già in scaffale alla Botte Piccola, che ora sono:

Piemonte Chardonnay doc
Piemonte Chardonnay doc ‘800 (botte)
Barbera d’Asti doc
Monferrato Rosso Ru (Ruchè)
Albarossa Piemonte doc
Albarossa Piemonte ‘800 Riserva
Metodo Classico Chardonnay
Vino da uve appassite bianco (Moscato)
Vino da uve appassite rosso (Albarossa)

Più dei vini sfusi limitati a rotazione, dei quali ora abbiamo l’Albarossa.

Per concludere la bella giornata, abbiamo fatto dopo pranzo una passeggiata tra le vigne dell’Art Park La Court, itinerario artistico voluto e sostenuto dalle Cantine Michele Chiarlo che dista pochi chilometri, e che consigliamo di visitare (vedi foto sotto).

Venerdì 31 Gennaio 2020

Marche IGP Passerina BIO 2017 “Centuria Cumana” Azienda Agricola Sgaly, Ortezzano (FM) – 14% vol. – € 6,50 IN PROMOZIONE

Con l’anno nuovo abbiamo iniziato ad inserire alcune novità, tra cui i vini in bag-in-box ed alcune etichette dell’Azienda Agricola Biologica Sgaly di Ortezzano, nelle Marche (vedi QUI). Oggi degustiamo la loro Passerina “Centuria Romana”, selezione in bottiglia proveniente da vigneti collinari (250 m.s.l.) esposti a sud est, con rese di 100 q.li per ettaro.

La Passerina è un vitigno storico del centro Italia orientale ed è sempre stata apprezzata per la sua vigoria produttiva e se nel tempo è stata all’ombra dei più noti Trebbiano (da cui si crede comunque discenda) e Pecorino, negli ultimi anni come per tanti altri vitigni autoctoni minori alcune sue caratteristiche peculiari ne hanno riportato in voga la diffusione, le scopriremo insieme assaggiandolo!

Una curiosità: il nome deriva da CENTURIA, da centuriazione, operazione eseguita dagli agrimensori nell’antica Roma. Consisteva nel suddividere un territorio in appezzamenti
chiamati CENTURIE, tracciando inizialmente due strade ortogonali, chiamate CARDO e DECUMANO esattamente come è suddivisa l’azienda SGALY, e CUMANA, dall’area archeologica di CUMA, prospiciente i vigneti SGALY. (dal sito dell’azienda).

Degustazione: (NB oggi non molta forma fisica, mal di gola…) Il colore è giallo paglierino chiaro, brillante con riflessi verdolini, nonostante non più d’annata. Buona premessa. Il profumo è come da manuale intenso di albicocca, fiori d’agrumi e salvia, un sentore di ananas quando scaldato un attimo, il tutto molto fine e ben equilibrato. Al palato si conferma il ventaglio di aromi, la freschezza vibrante e la tipica acidità\sapidità del vitigno, il grado alcolico elevato non si percepisce ma sicuramente aiuta a dare la correttà rotondità al vino che lascia la bocca pulita ma ricca di gusto, senza nemmeno troppo retrogusto amaricante. Piacevolissimo e ricercato, può scalzare dal podio dei vini conviviali anche etichette più blasonate… da provare. Ottimo rapporto qualità\prezzo.

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Venerdì 15 Novembre 2019

Chianti Rùfina DOCG 2017 Biologico “I Domi” Società Agricola I Veroni – 15% vol. – € 13,00 in enoteca.

Oggi ci cimentiamo con un vino il cui nome in Italia è noto praticamente a chiunque, ma la cui corretta identità territoriale e differenziazione sfugge ai più, enofili compresi. Tra cavilli normativi, etichette seppur a DOCG di bassa lega a costi ridicoli e svariate menzioni geografiche è facile perdersi, facendo di tutta l’erba un fascio. Noi, sempre con lo spirito di un approccio qualitativo ma alla portata di tutti, abbiamo scelto tre Cantine e tre zone ben precise (con disciplinari di produzione differenti) per un vino imprescindibile per gli appassionati: il Chianti Rùfina (nord), il Chianti Classico (cuore del Chianti, e denominazione a sè) e il Chianti Colli Senesi (sud).

La storica cantina I Veroni (le cui origini come complesso agricolo risalgono, documentate, sino al 1582) si trova a Pontassieve, a nord di Firenze, dove le connotazioni geologiche e climatiche sono molto differenti dalla Toscana centrale: il territorio è caratterizzato da declivi boschivi che non siamo abituati a vedere nelle classiche cartoline Toscane,  il clima è più fresco con una maggiore escursione termica, trovandosi a ridosso degli appennini, e anche il suolo presenta conformazioni differenti, rocciose e calcaree. Il tutto si traduce in vini più dritti, sapidi e freschi, dall’acidità più viva e “montana”, e da una eleganza caratterizzante. Se tempi addietro queste tipicità erano una nota scomoda e di difficile gestione, che marcava i vini di questa denominazione come spigolosi, oggi con capacità e caparbietà i produttori del Chianti Rufina possono proporre un Chianti ben identitario, fine e dalla beva piacevole e nondimeno atto ad un buon invecchiamento.

Il Chianti Rùfina “I Domi” è certificato Biologico, ed è ottenuto da uve Sangiovese 90% Canaiolo e Colorino 10% coltivate a 250 mt s.l.m.. La fermentazione avviene in acciaio con lieviti indigeni, poi matura in botti di rovere per 12\14 mesi a cui seguono almeno 6 mesi in bottiglia prima della messa in commercio.

https://www.iveroni.it/

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Il vino si presenta di un bel colore granato di media intensità. limpido e brillante. Al naso è subito fine ed elegante, senza nessun accenno alla gradazione importante (15%). E’ vivo e ben armonizzato, le note tostate e vanigliate sono in equilibrio con la frutta rossa, more e fragoline, una nota speziata di chiodo di garofano e un leggero sentore floreale di geranio, pulitissimo, piace e invita.

Appena assaggiato dà subito un bel sorso scorrevole seppur caldo e avvolgente, i toni sono più intensi di liquirizia, cioccolato e vaniglia, poi torna la frutta rossa ma matura\confettura, e un tannino scalpitante chiude subito il palato proprio quando arrivano le note finali terrose\minerali, compromettendo un pò la piacevolezza di gustare la persistenza nelle sue sfumature più fini. Questo si può prevedere, data la provenienza e la giovane età, ma va tenuto presente in fase di abbinamento, sicuramente proporlo oggi con un piatto invernale grasso e succulento può aiutare a smorzare il tannino, altrimenti si fa come quando si è in presenza di un ottimo vino non artefatto che ci ricorda che anche il tempo vuole la sua parte : si mette in cantina e si aspetta un pochino!

Una interpretazione veramente elegante per un vino con una struttura perfetta che coniuga modernità e caratteristiche di nervo e identità del vitigno e del territorio di origine. Io qualche bottiglia la metto in cantina e poi vediamo cosa succede…

Visita in casa Pisoni

Appena siamo in zona, in Trentino, non perdiamo occasione per fare visita alle Cantine e Distilleria della famiglia Pisoni, quest’anno tappa ancor più d’obbligo poichè dovevamo “battezzare” la nostra pianta di Rebo, adottata tramite la simpatica iniziativa in crowfounding “your vine, your wine” (iniziativa ancora aperta, per gli interessati vedi qui). Il vigneto di Rebo appena impiantato, incrocio varietale tra Teroldego e Merlot, darà vita all’uva che produrrà il Reboro, vino importante da uve appassite, concepito proprio dai Pisoni e parte ormai di un grande e ambizioso progetto collettivo con altri vignaioli della Valle dei Laghi. 
Dopo il simpatico rito della posa della targhetta, accompagnati in vigneto dai disponibilissimi e gentilissimi Marco e Daniele, che colgo l’occasione per ringraziare, abbiamo incrociato Stefano che spiegava ad una coppia di visitatori come e da dove nasce l’ultimo arrivato in Cantina Pisoni, il bianco Dolomiti IGT “Mesum”. E’ un vino praticamente unico al mondo, che nasce dall’idea di ricreare la produzione del vino come riportata in uno degli affreschi del 14° secolo del ciclo dei mesi presenti al Castello del Buonconsiglio di trento, precisamente il mese di Ottobre che rappresenta una scena di vendemmia. E allora ecco i Pisoni creare il torchio, di legno, a grandezza naturale, ben visibile all’ingresso in cantina, selezionare e piantare una varietà di uva PIWI (uve a piede franco che non necessitano di nessun trattamento chimico, come ovviamente una volta si coltivavano), creare il vigneto su pali di castagno dritti, senza sistemi particolari di allevamento, come raffigurato nell’affresco e come si usava quando le nozioni di viticoltura erano ancora di là da venire, senza uso di plastica, fili di ferro e strumenti moderni! Ovviamente anche la vendemmia (tardiva per richiamare il gusto dolce che usava allora, quando i vini erano ingentiliti con miele e\o spezie), la pigiatura con i piedi, la fermentazione, la lunga macerazione sulle bucce (mesi) e l’affinamento in anfore di terracotta sono state svolte senza ausili meccanici nè chimici, nel pieno rispetto della filosofia di origine del progetto. Ecco che abbiamo così avuto il piacere di degustarne un bicchiere, dopo averne scoperto l’affascinante storia dalla bocca di chi lo ha ideato e creato! Il vino, prodotto in quantità limitata in bottiglie da 500 ml numerate, è estremamente pulito, dal colore giallo oro carico, con un sentore aromatico di camomilla, fiori di campo e di miele d’acacia. Il gusto è caldo, vellutato e piacevolmente abboccato. Una vera delizia oltre che rarità! 
https://www.territoriocheresiste.it/2018/10/23/mesum-il-vino-del-medioevo/
Successivamente, visita all’adiacente Distilleria Pisoni per rifornire il negozio di grappa e liquori e provare il nuovo strepitoso Metodo Classico Erminia Segalla, che non potevamo perderci! Da sole uve Chardonnay, la bottiglia che ho davanti a me in negozio ha fatto ben 94 mesi sui lieviti (vendemmia 2010, sboccato 2\2019)! Un extra brut dalla grande complessità ma che nel bicchiere mantiene un filo di eleganza e di grazia incredibile, con profumi sottili e floreali di sottofondo che equilibrano gli aromi più intensi della lunga fermentazione. Eccezionale! Non per niente è salito agli onori mondiali, aggiudicandosi l’oro alla prestigiosa Sparkling Wine World Championships 2018 e può essere ritenuto uno dei migliori Metodo Classico in Italia, senza timore di esagerare. 
Tutti i vini menzionati li trovate ovviamente in vendita alla Botte Piccola, e vi consigliamo se passate in zona di fare una visita alle Cantine e Distilleria Pisoni, per cogliere l’essenza della passione per il fare bene, che sia vino, grappa, ospitalità o qualsiasi altra cosa!
http://www.pisonivini.it/         https://www.pisoni.it/
i vini menzionati:

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il vigneto di Rebo in crowfounding:

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Il torchio usato per produrre il Mesum:

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la Nosiola dei vigneti Pisoni (usata anche per il celebre Vino Santo):

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Venerdì 17 Maggio 2019

Colli del Trasimeno D.O.C. Baccio del Rosso 2017 Duca della Corgna – 14% vol. – € 7,70 in enoteca.

La Cantina del Trasimeno è una solida realtà cooperativa formata da 200 soci conferenti, sita nella parte occidentale dell’Umbria, con vigneti affacciati sul bacino del lago Trasimeno. Tra le pochissime cantine che si è dedicata con un lavoro attento e mirato alla produzione del Trasimeno Gamay, (vitigno dalla presenza storica sul territorio, erroneamente denominato Gamay ma in verità appartenente alla famiglia del Grenache, Cannonau e Alicante) è risucita negli anni a raggiungere un alto livello qualitativo e raccogliere molti meritati riconoscimenti, tra gli ultimi la medaglia d’oro al concorso internazionale Grenache du Monde, l’oscar Berebene Gambero Rosso, il Premio Qualità\Prezzo Nazionale Gambero Rosso, il WineHunter Award al Merano Wine Festival, le Quattro Stelle Vini Buoni d’Italia e altri numerosi premi nazionali.

Questo week-end assaggeremo insieme il Baccio del Rosso, vino da uve 70% Sangiovese e 30% Gamay, ottenuto da vigneti con rese di 50/60 quintali per ettaro, vinificato e affinato solo in acciaio. Sanguigno e schietto, è il compagno ideale per un bel tagliere di salumi in compagnia o per le prime grigliate di carne…. passate a provarlo, vi aspettiamo!

Degustazione: il vino si presenta con un bel colore rubino vivido con sfumature granata, abbastanza intenso. Il naso viene subito colpito da profumi di frutta rossa: marmellata di more e prugne secche, poi una nota vegetale\selvatica, e per finire sentori dolci di spezie e vaniglia. Un quadro olfattivo fresco e ben composto. Al palato troviamo subito corrispondenza coi profumi, il corpo è morbido, succoso e tondo al primo impatto, per poi rivelare una nota tannica marcata, un finale speziato con un sentore di liquirizia e una nota alcolica che si rivela solo alla fine. Decisamente un vino conviviale da taglieri di norcineria, carni alla griglia succulente e sughi di carne ben conditi. Come da tradizione Umbra del resto!

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Venerdì 8 febbraio 2019

Toscana igt Rosso Campo della Macchia Piancornello 2015 – 14% vol. – € 13,50 in enoteca PREZZO PROMO 3 X € 30,00

Piancornello sorge nella zona di Sesta, tra S.Angelo in Colle e Castenuovo dell’Abate, su un altopiano affacciato sulla Val d’Orcia ed il monte Amiata all’orizzonte, si estende su circa 20 ettari e si caratterizza per il microclima mediterraneo nonché per i terreni rossi fortemente scoscesi, ricchi di sassi e rocce. L’azienda è tra i fondatori del distretto del Brunello di Montalcino biologico, e ha proprietà già certificate biologiche dal 2017 e altre in conversione. Il loro Brunello si è aggiudicato i 3 bicchieri Gambero Rosso 2019.

Il vino che andiamo ad assaggiare è un uvaggio 80% sangiovese, 10% colorino e 10% syrah, con una maturazione parziale in botti grandi e barrique di secondo passaggio. L’annata è 2015 e ha una gradazione di 14% vol. , è un vino che si presta a essere consumato subito o da lasciare in cantina per un’interessante evoluzione… vi aspettiamo per scoprirlo con noi!

Degustazione: (ps con leggero raffreddore di stagione, aimè) il colore è granato scarico, classico del sangiovese, brillante e limpido. Al naso perviene subito una grande pulizia, la vaniglia del legno ben equilibrata con i frutti rossi tipici varietali spicca subito ma molto gentile e armonica. Spunta anche un bouquet floreale (peonia?) e a seguito di un pò di ossigenazione arrivano le spezie, il pepe nero e la noce moscata, chiodi di garofano. Un bel ventaglio, ben assemblato. Anche il palato non tradisce, precisa la corrispondenza, gli stessi aromi si aprono in bocca con grande armonia, niente da dire, sul finale spunta la liquirizia. Medio corpo, rotondo ed elegante, un tannino già ben smussato ma presente lo rende piacevole e lascia intendere un’ottima capacità di evoluzione nei prossimi 3\4 anni sicuramente. Eccellente rapporto qualità\prezzo, vino molto elegante. Bravi!

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Venerdì 28 settembre 2018

Vino Rosso “Shedeh” Soc. Agricola Rigoni Antonio 12,5 % vol. – € 8,90 in enoteca

Assaggiamo insieme anche questo venerdì un’altro vino della Cantina Rigoni di Chiarano, ai confini col Friuli. Questo assemblaggio di vini rossi vuole essere un omaggio della Cantina alle origini Mediterranee del nettare degli Dei, e prende nome dalle iscrizioni ritrovate su alcune anfore di vino che facevano parte del corredo della tomba di Tutankhamon. Shedeh indicava il vino più alcolico, dolce e gradevole. E’ ottenuto da uve Raboso (di cui una parte appassite), Manzoni Rosso, Carmenere e Merlot dei vigneti più antichi dell’azienda.

Lo Shedeh è stato presentato in anteprima nel 2017 a “TourismA”, il Salone internazionale dell’archeologia a Firenze, al Palazzo dei Congressi, grazie alla collaborazione dell’egittologa e storica dell’arte piemontese Donatella Avanzo che ha deciso di spingersi più in là, provando a riprodurre, insieme a Fabio Zago dell’azienda Rigoni, non solo la tomba, ma anche il vino conservato al suo interno.

https://firenze.repubblica.it/tempo-libero/articoli/cultura/2017/02/16/news/un_brindisi_col_faraone_riprodotto_lo_shedeh_il_vino_di_tutankhamon-158405057/

Vi aspettiamo per scoprire insieme il vino degli Dei!

degustazione: il vino si presenta rosso rubino intenso, con un unghia ancora viva, violacea. Indice di gioventù? Purtroppo è imbottigliato come vino da tavola, e non è per legge possibile indicare l’annata. Dal numero di lotto potrebbe essere 2016, mi riprometto di chiederlo la prossima volta che avrò una consegna. Il naso è avvolto piacevolmente dalla vaniglia della barrique, inconfondibile, a cui seguono note di frutta sotto spirito (amarene, ciliege) caratteristiche del raboso, e profumi lievi di pesca, viola e spezie (pepe verde). Nonostante il grado alcolico non eccesivo, dà una parvenza di calore non dispiacevole, che anticipa probabilmente quello che sarà la beva. Al palato ritroviamo in corrispondenza l’amarena del Raboso, che scivola comunque molto morbida per poi lasciare una sensazione acida e tannica che chi conosce questo vitigno riconosce subito, poi una pesca un pò acerba insieme ad un bel ventaglio di frutta rossa piacevole e persistente, insieme ad un finale erbaceo. Si ritrova anche la piacevole sensazione pseudocalorica. Sicuramente un vino assemblato con equilibrio, che però sarà veramente pronto fra 2\3 anni ancora, ma del resto essendo pensato per il corredo dell’aldilà di un faraone, non ha fretta!

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Venerdì 21 Settembre 2018

Carmenere Veneto I.G.T Soc. Agricola Rigoni Antonio 12,5 % vol. – € 6,30 in enoteca

Ritorniamo dopo la pausa estiva  per degustare le novità, sicuramente curiose, della Cantina Rigoni di Chiarano, in provincia di Treviso, al confine col Friuli.

Inizieremo questo venerdì con il Carmenere, vino ottenuto dall’omonimo vitigno a bacca rossa con vinificazione tradizionale e affinamento in acciaio. Il Carmenere ha origini mediterranee, deriva dall’antico ceppo di Vitis Biturica di provenienza Albanese e poi portato in Francia dai Romani, da cui derivano tutti i vitigni bordolesi: Cabernet Sauvignon e Franc, Merlot, Petit Verdot (Plinio già nel 71 DC scrive che a Bordeaux esistevano vigneti piantati dalla tribù dei Biturigi e la vite coltivata fu chiamata “Vitis Biturica”). Arriva in Italia nell’ottocento con gli altri vitigni bordolesi e viene subito confusa con il Cabernet Franc o il Merlot, o viene comunque messa in disparte perchè soggetta a acinellatura (aborto floreale). Ha invece un buon successo in Cile e la troviamo anche in California. In Italia resiste comunque fino ai giorni nostri, e solo nel 2010 ha il riconoscimento della DOC Lison Pamaggiore e Piave. La Cantina Rigoni vinifica il Carmenere solo in acciaio per esaltare al massimo le caratteristiche del vitigno, vi aspettiamo per scoprirlo con noi!

degustazione: il vino si presenta di un pulito colore porpora intenso, con un unghia leggermente granata. Il profumo è altrettanto intenso e caldo; colpisce  subito la nota erbacea che potrebbe effettivamente ingannare, però i profumi si completano con una gamma più ampia e ben in armonia: floreali (geranio, viola), di ciliege sotto spirito e un sottofondo più greve, di cacao, di cuoio ma finissimo ed evanescente. Al palato trovano esatta corrispondenza i profumi, chiude avvolgente con una speziatura lunga e una acidità leggera e piacevolissima. Ottima sorpresa!

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Venerdì 18 Maggio 2018

Marzemina Bianca V.B. Spumante Brut Millesimato 2017 Cà di Rajo – 11,5% vol. € 6,90 in enoteca

Un’altra degustazione a scatola chiusa, ma sulla quale metto tranquillamente la mano sul fuoco: dalla fantastica equipe Cà di Rajo ecco un’altro vino da un vitigno storico (dopo il Manzoni Rosa e ovviamente il Raboso), recuperato e proposto in versione spumantizzata, come si usava nel passato. Coltivata sulle storiche e pittoresche Bellussere delle tenute di proprietà, (cosa sono le bellussere? scopritelo qui: http://www.gamberorosso.it/it/vini/1024742-i-modelli-di-viticoltura-la-bellussera-e-vigneti-storici-nella-terra-del-piave)  questa uva apprezzata da sempre nella valle del Piave dava origine allo “champagne” delle domeniche di festa, salvo poi essere, purtroppo ma magari comprensibilmente per i tempi, abbandonata in favore di vitigni più alla moda, facili da coltivare e remunerativi.

Per non dilungarmi troppo, non avendo mire da wineblogger, copio e incollo qui sotto parte del testo della presentazione al Prowein riportato sul sito della cantina, che trovate integralmente qui:  http://www.cadirajo.it/blog.php?id=411

“Questo spumante nasce da un lavoro di ricerca e sviluppo di nuove tecniche di produzione – spiega Simone Cecchetto -. È una perla rarissima, la nostra è l’unica azienda a spumantizzare questo vitigno di cui esistono all’incirca una decina di ettari in Italia. Era lo “champagne” povero dei contadini della nostra terra, noi abbiamo voluto rendergli omaggio esaltandone le caratteristiche e la carica aromatica. Per questo abbiamo scelto di fare una fermentazione unica, che ci consente di ridurre l’ossidazione e i solfiti aggiunti. Il risultato è unico, un brut con 6 grammi di residuo zuccherino e profumi intensi”.

A venerdì!

Degustazione: il vino si presenta color paglierino chiaro e brillante, si nota subito la spuma cremosa e bollicine molto fini. Al naso al primo approccio si percepiscono i lieviti della rifermentazione e una volta sgombrato il campo arrivano belle sensazioni floreali, come di fiori d’arancio lievi, frutta a polpa gialla e un aroma di erba limone. Al palato si riconferma la sensazione di lieviti freschi, ovviamente distante dalle note evolute del metodo classico ma piacevole, che ricorda sì i frizzanti imbottigliati in casa. Il corpo è effettivamente fresco e leggero, come si conviene ad uno spumante conviviale, con sapori delicati di miele d’acacia, agrumi e uvaspina. Asciutto, molto cremoso effettivamente e con una nota di sapidità e acidità finale piacevole. Personalmente lo ritengo originale e piacevolmente fresco, distante dalla aromaticità del Prosecco e con una personalità propria. Benvenuto sugli scaffali della Botte Piccola!

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Venerdì 13 Aprile 2018

Sabbioneta Rosso IGP “Quercus” BIO Corte Pagliare Verdieri 2016 – 12 % vol. – prezzo in enoteca € 7,30

Questo Venerdì proviamo insieme a scatola chiusa una bottiglia dalla quale anch’io non so cosa aspettarmi: il Lambrusco Fermo, affinato in botte di Quercia, dell’azienda Agricola Corte Pagliari Verdieri. Se qualche anno fa avrei fatto un paragone possibile con l’Enantio, che conosco, (vitigno Trentino di cui si è sempre sostenuta la affinità varietale con le uve Lambrusco, salvo poi essere recentemente smentita da studi sul dna che lo ricollocano come vitigno non collegato alle varietà Lambrusco) ad oggi invece devo ammetter di non aver mai provato un Lambrusco fermo. L’azienda si può definire un baluardo della ruralità, produce uve e altre messi in regime biologico, e meriterebbe davvero un articolo ben fatto, a sè, ma ad ognuno il suo mestiere; vi lascio qui una loro presentazione (ma in cui troviamo solo i dati del Lambrusco Viadanese Frizzante, che abbiamo provato e acquistato) e vi indico un libro che la sig. Mimma mi ha consigliato, in cui si parla di loro e di altri produttori:  http://www.intravino.com/primo-piano/effervescenze-di-massimo-zanichelli-un-libro-onestamente-imprescindibile/

Il vino invece si presenta letteralmente così: “prodotto con uve Lambrusco Salamino della nostra azienda, fermentate con lieviti indigeni. Purificato per travasi. Affinato un anno in tini di rovere …” Siete curiosi come me? a Venerdì allora, per scoprire il resto insieme!

degustazione: nel bicchiere il vino si presenta di un bel colore rosso amaranto, brillante e vivo, di media intensità. L’ho aperto con un buon anticipo, data la natura del vino che vede ridotto veramente al minimo l’intervento dell’uomo in vinificazione, e per esperienza di solito un pò di respiro giova. Infatti al naso risulta franco e pulito, si avvertono sentori intensi di prugna secca e confettura rossa, amarene mature, profumo di rosa e una nota vegetale \ erbacea di fondo, oserei assimilabili più ad un cabernet giovane che al bouquet del lambrusco che conosciamo. Al palato invece si rivela asciutto, fresco, fluido e vellutato, ma con una spiccata acidità! Non tannini acerbi, ma proprio una decisa nota acidula, asprigna di frutta, che ricorda le susine selvatiche o le more non completamente mature. Nessuna acidità volatile, proprio una sana e fresca acidità del frutto… molto curiosa, e che si può rivelare fatale se accompagnata da pane e salame, rischiando di farti finire la bottiglia senza accorgertene. Ad un secondo assaggio, la bocca si è abituata un pò alla nota asprigna e si percepisce meglio la natura fruttata del vitigno. Rimane invece sul finale sempre una sensazione lieve di tannino verde, lo stesso che si percepiva al naso, che se vogliamo potrebbe essere l’unica nuance un pò invadente, a lungo andare. Un vino da bersi a go-go nelle fresche sere d’estate, sicuramente con un suo deciso carattere non certamente omologabile, unico, vivo e sincero. Per la serie dei  vini che meno male che resistono, almeno loro!

Corte Pagliare Verdieri